Happiness is Only Real When Shared: l'essenza di Into the Wild e i principi della terapia di gruppo di fitPsy

a cura di Florinda Barbuto

Molto di quanto pubblicato in questo blog è il frutto degli scambi nei percorsi di psicoterapia individuale e nei gruppi di psicoterapia, aspetto che rende questi contenuti per me ancora più significativi e preziosi. Queste riflessioni, in particolare, sono l’esito di uno scambio che ho avuto con Emanuele – che ringrazio per questo – e che mi ha scritto: “[…] Grazie anche per i momenti di condivisione che abbiamo vissuto insieme. Un'elaborazione del proprio percorso, se fatta tutti insieme, è molto più ricca e potente. Per descrivere questo pensiero, si potrebbe riadattare la frase simbolo di Into the Wild: Happiness real, only when shared.” In questo scambio, è stato fondamentale anche il confronto con Francesca, un altro dialogo che ha contribuito a queste riflessioni. Mentre parlavamo della storia di Chris, lei ha commentato: 'Sì, ma lui alla fine è morto.' Una riflessione che, pur cruda, è molto giusta e ci ricorda l’importanza della cautela.

Happiness is only real when shared - La felicità è vera solo se condivisa

Cos’è la felicità? E, più precisamente, è possibile essere felici da soli? Queste domande hanno attraversato la vita del protagonista di Into the Wild (nella sua versione italiana Nelle terre estreme) di Jon Krakauer e del suo adattamento cinematografico diretto da Sean Penn nel 2007. 

Pubblicato nel 1996, il libro racconta la storia vera di Christopher McCandless, un giovane poco più che vent’enne che, all’inizio degli anni ’90, decide di abbandonare tutto – famiglia, beni materiali, carriera, sicurezza – per intraprendere un viaggio verso l’ignoto, alla ricerca di una vita più autentica. Il suo percorso lo porterà fino in Alaska, dove troverà la libertà assoluta, ma anche la fine della sua avventura. 

McCandless lascia nel suo diario una frase diventata iconica:

Happiness is only real when shared.
(La felicità è vera soltanto se condivisa.)

Questa frase non è frutto di una semplice intuizione, ma di un lungo percorso di isolamento e riflessione, che ha portato McCandless a comprendere qualcosa di fondamentale: la felicità non può esistere nel vuoto, senza il legame con gli altri. Questo pensiero si collega anche a un tema presente in un libro che McCandless amava molto: Il dottor Živago, in cui il protagonista arriva alla conclusione che la felicità non può essere vissuta come un’esperienza solitaria, ma è sempre legata alla vita degli altri:

«Si accorsero allora che solo la vita simile alla vita di chi ci circonda, la vita che si immerge nella vita senza lasciar segno, è vera vita, che la felicità isolata non è felicità. […] Era questo che amareggiava più di ogni altra cosa».

Quindi, se inizialmente il viaggio di McCandless sembrava essere una fuga dalla società, alla fine si rivela come una ricerca di connessione profonda con gli altri. 

Ed è sulla felicità condivisa, ma anche sul coraggio di osare e sulla necessaria relativa cautela, che voglio riflettere. Questi temi, infatti, sintetizzano l'essenza delle attività proposte da fitPsy.

Un pellegrinaggio per uccidere l’essere falso dentro di sé

Krakauer descrive il viaggio di McCandless come una sorta di pellegrinaggio, un percorso interiore per affrontare e superare l’essere falso dentro di sé:

Dopo due anni a zonzo, arriva la grande avventura finale. L’apice della battaglia per uccidere l’essere falso dentro di sé e concludere vittoriosamente il pellegrinaggio spirituale. […] Per non essere mai più avvelenato dalla civiltà, egli fugge, e solo cammina per smarrirsi nelle terre estreme.

Non si tratta solo della cronaca di un viaggio estremo, ma un’indagine su temi universali quali il desiderio di rompere gli schemi, il fascino della natura selvaggia, il bisogno di trovare se stessi attraverso l’esperienza diretta. Questi temi ci fanno riflettere su come ogni viaggio possa trasformarsi in un percorso di crescita personale

Ed è un pensiero che mi è tornato spesso in mente mentre con fitPsy pianifichiamo l'idea di Viaggiare in Kenya. Il racconto che Krakauer ha fatto del giovane McCandless mi ha accompagnato e ispirato.

McCandless si avventurò nella foresta non tanto per riflettere sulla natura e sul mondo in generale, quanto per esplorare il paesaggio interiore della propria anima. […]

Come il viaggio di Chris, anche il nostro viaggio in Kenya è più di un’esperienza turistica. È un percorso di consapevolezza e trasformazione, dove ogni passo non solo ci avvicina a una terra lontana, ma rappresenta anche una riflessione profonda sul nostro vero sé. Così come McCandless ha cercato di esplorare la sua anima nella natura selvaggia, anche noi, nella nostra avventura di gruppo, cercheremo di esplorare le nostre fragilità, le nostre forze e il nostro equilibrio interiore.

La fragilità del cristallo non è una debolezza, ma una raffinatezza.

Riportando quanto scritto da McCandless nei suoi diari, Krakauer scrive: “«D’ora in poi imparerò ad accettare i miei errori per quanto gravi possano essere». […] Sembrava aver superato quell’inflessibile necessità di affermare la propria autonomia, di tagliare il cordone ombelicale coi genitori. Forse era pronto a perdonare le loro imperfezioni, forse era pronto a perdonarsi anche le proprie.” 

Questa riflessione risuona fortemente anche nel nostro cammino. Come in tutte le attività proposte da fitPsy, il nostro viaggio non è solo una ricerca di consapevolezza del nostro vero sé, per farlo evolvere nella sua versione migliore, ma un esercizio di accettazione. Impariamo a perdonare noi stessə, i nostri genitori e tutti coloro che ci hanno accompagnato nel nostro cammino. Impariamo che le nostre imperfezioni, le nostre fragilità, non sono ostacoli, ma risorse che ci arricchiscono e che possiamo usare per crescere, per rafforzare la nostra autenticità e la nostra raffinatezza interiore.

Il sogno della libertà e il rischio dell’imprudenza

McCandless parte per il suo viaggio con un’idea chiara: liberarsi dai condizionamenti della società, trovare la verità nella natura, vivere senza compromessi.

Finalmente si sentiva libero, si era lasciato alle spalle i condizionamenti del mondo soffocante dei genitori e simili, quel mondo di superficialità, di sicurezza ed eccessi materialistici che lo escludeva dolorosamente dall'autentico pulsare dell’esistenza.

Il suo rifiuto della società è radicale: considera la ricchezza "qualcosa di vergognoso, corruttivo, intrinsecamente maligno", e crede che per essere felici basti viaggiare leggeri:

Chris era dell'idea che non si dovesse possedere più di quanto non si riesca a caricare in spalla correndo alla massima velocità.

Ma questa ricerca di libertà assoluta ha un prezzo. Se da un lato il sogno di libertà lo spinge a cercare la purezza della natura, dall'altro lo espone al rischio di imprudenza: McCandless affronta la natura senza una preparazione adeguata, senza una mappa, senza il giusto equipaggiamento. Questo è uno degli aspetti che hanno suscitato più critiche. “La regola numero uno dei boyscout: essere preparati”, scrisse qualcuno a Krakauer, richiamando una delle affermazioni più note di Baden Powell, fondatore del movimento scout, secondo cui:

Non esiste buono o cattivo tempo, ma esiste buono e cattivo equipaggiamento.

Ed è qui che entra in gioco una riflessione essenziale: quanto possiamo spingerci oltre nella ricerca della libertà prima che diventi autodistruttiva? Chris, infatti, ha inseguito il suo ideale fino all’estremo. Questa osservazione coglie il dilemma che molti di noi vivono ogni giorno: seguire un sogno a tutti i costi o trovare un equilibrio tra libertà e responsabilità?

Scala se vuoi, ma ricorda che forza e coraggio non sono niente senza prudenza, e che una momentanea negligenza può distruggere la felicità di una vita intera. — Edward Whymper, Scalata nelle Alpi

Come McCandless ha cercato di esplorare i confini della libertà senza considerare pienamente le conseguenze, spesso anche nelle nostre vite siamo spinti a esplorare l’ignoto, a cercare di andare oltre i nostri limiti.  

Questo prezioso coraggio, tuttavia, non riguarda solo attività rischiose, che pure simbolicamente danno forma al processo; spesso, si manifesta nel più sottile lasciar andare, nel mollare il controllo, nell'avere il coraggio di osare anche nelle emozioni e nelle relazioni quotidiane. Infatti, molto spesso, i percorsi di psicoterapia e gli incontri di terapia di gruppo sono finalizzati proprio ad apprendere questa capacità di lasciarsi andare, di vivere pienamente le nostre emozioni e di avere il coraggio di esplorare i nostri limiti e di rischiare nella nostra vita e nelle nostre relazioni.

Afferrare il coraggio di osare per riscoprire il vero scopo della vita

Questo coraggio di osare, di cambiare, di andare verso il nuovo e verso l’ignoto, è l’invito che ci arriva con forza da Chris.

Per un attimo le parve di riscoprire lo scopo della sua vita. Era sulla terra per cogliere il significato del suo incanto selvaggio e chiamare ogni cosa con il suo vero nome.

Scrive Krakauer: “quanto [è] difficile per chi fra noi è assorbito dalle monotone preoccupazioni della vita adulta ricordare con quanto impeto da giovani ci governassero passioni e desideri. […] «I più vecchi non comprendono i voli dell’anima dell’adolescente».” 

E Ron, una delle persone che lo ha conosciuto, condivide uno dei moniti ricevuti dal giovane secondo cui: "Dio ha messo la felicità dappertutto e ovunque e in tutto ciò di cui possiamo fare esperienza. Abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di guardare le cose."

In una lettera Chris gli aveva infatti scritto:

Dovresti apportare un radicale cambiamento al tuo stile di vita, cominciando con coraggio a fare cose che mai avresti pensato di fare o che mai hai osato. [..] al principio ti sembrerà folle, ma non appena ti ci sarai abituato, ne assaporerai il pieno significato e l’incredibile bellezza. [...] Ti sbagli se credi che la gioia derivi soltanto e principalmente dalle relazioni umane. Il Signore l’ha disposta intorno a noi e in tutto ciò che possiamo sperimentare. […] La mia opinione è che non hai bisogno né di me né di nessun altro per portare questa gioia nella tua vita. È semplicemente lì che ti aspetta, che aspetta di essere afferrata, e tutto quello che devi fare è tendere la mano per prenderla. L’unica persona con cui combatti sei te stesso e la tua testardaggine a non lanciarti in nuove esperienze.

Che senso sto dando alla mia vita

È inevitabile per me fare un parallelo tra le pagine di Into the Wild e le attività proposte da fitPsy, in particolare — anche se non solo —  il nostro Viaggio in Kenya. Anche questo viaggio è un percorso di consapevolezza: la scelta di partire, i limiti che ci siamo postə, il coraggio di osare e la capacità di pianificare risorse riflettono un processo di crescita interiore.

Se vuoi qualcosa nella vita allunga la mano e prendila.

Questo viaggio ci invita, come McCandless nel suo percorso, a mettere a fuoco ciò che desideriamo davvero, a osare, e a prenderci la responsabilità di realizzarlo.

Se ammettiamo che l’essere umano possa essere governato dalla ragione, ci precludiamo la possibilità di vivere.

È un equilibrio sottile tra il lasciarsi andare all’ignoto e il mantenere la giusta prudenza.

Vivere ponderato: attenzione consapevole ai fondamenti della vita e costante attenzione all’ambiente circostante e a ciò che a esso è correlato […]. Il significato vero risiede nella relazione personale con un fenomeno, quello che significa per te.

La domanda da porsi, quindi, è: qual è il significato che do alle cose che sono nella mia vita?

Non mi riesce di rinunciare a tutta questa libertà e semplice bellezza.

Ecco il punto: Sto vivendo davvero la mia vita? Quali sono le catene da cui voglio liberarmi e quali, invece, mi proteggono? So riconoscere ciò che davvero conta per me?
Qual è la bellezza alla quale non voglio rinunciare?

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07/05/2024 18:45

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