a cura di Florinda Barbuto
La fragilità del cristallo non è una debolezza ma una raffinatezza
(Into the Wild - Jon Krakauer)
Questa sono io
Questa nella foto sono io. Con le mie paure e il coraggio di essere me stessa.
Questa sono io. Con una faccia ben più che buffa, le rughe, senza trucco, senza filtri, senza mettermi in posa. Ed è così che voglio essere: senza schemi, senza regole, senza ruoli. Ma con diritti e opportunità. Molti diritti e molte opportunità.
Come donna, sono stanca.
Stanca di sentirci dire che dobbiamo essere belle, forti, dolci, sorridenti, efficienti.
Stanca di essere accusate di essere "matte" se urliamo e "sottomesse" se accogliamo.
Stanca di dover bastare a noi stesse ma sempre disponibili per l'altro.
Stanca dei "no" che non siamo autorizzate a dire.
Stanca dei "sì" che non possiamo dire.
Stanca delle mancate opportunità, dei riconoscimenti negati, dell’essere sempre "meno" solo perché siamo donne.
Stanca di dover avere la sindrome della crocerossina, quella dell’impostora, dell’invidia del pene e di tutte le altre che gli uomini hanno inventato per noi.
E sono inorridita al pensare che, in tutto ciò, devo pure considerarmi fortunata.
Perché, porca miseria, ci sono Paesi — qui, dietro l’angolo — dove le donne hanno ancora meno. Dove sono vittime di soprusi e violenze, di diritti negati e oppressioni quotidiane.
Sono stanca anche di sentirmi banale a scrivere queste parole. Per quanto tempo ancora dovremo dire e ridire le stesse cose? Per quanto tempo ancora dovremo ripeterle fino allo sfinimento, fino ad annoiarci di sentirle, di dirle, di viverle?
Sono stanca. Eppure c’è ancora bisogno di urlare.
Perché l'8 Marzo non è la “Festa della Donna"
Eh sì, ancora oggi è necessario chiarire cosa significhi veramente la giornata che si celebra l’8 marzo. Ogni anno, in occasione di questa data, molte persone si affrettano a fare gli “auguri alle donne”, spesso senza riflettere sul vero significato della Giornata Internazionale della Donna. Ma l’8 marzo non è una festa, non è un'occasione per regalare mimose o cene speciali. È una giornata di riflessione, di lotta e di consapevolezza.
Definire l’8 marzo come una “festa” porta con sé un equivoco culturale profondo. Le feste sono momenti di gioia e celebrazione, mentre questa giornata nasce per ricordare le battaglie, le discriminazioni e le violenze che le donne hanno subito – e purtroppo continuano a subire – in tutto il mondo. Ridurre l’8 marzo a una celebrazione – più o meno spensierata – rischia di oscurare il suo vero significato e di svuotarlo del suo valore storico e sociale.
Cosa significa la Giornata Internazionale della Donna
L’8 marzo è una giornata che affonda le sue radici nelle lotte delle donne per i diritti civili, politici ed economici. Non è una data casuale: richiama le mobilitazioni delle operaie del XX secolo, le rivendicazioni per il diritto di voto e le battaglie per l’uguaglianza di genere. Oggi è un’occasione per riflettere sui progressi fatti, ma anche sulle disparità che ancora esistono: dal gender pay gap alla violenza di genere, dalla sotto-rappresentazione nelle istituzioni ai diritti riproduttivi.
Perché oggi è ancora attuale e importante celebrare questa giornata
Chi pensa che le battaglie delle donne siano ormai superate commette un errore. Ancora oggi, in molti Paesi del mondo, i diritti delle donne sono negati o messi in discussione. Anche in contesti (apparentemente) avanzati, come quello italiano, le discriminazioni persistono sotto forme più sottili, ma non meno pericolose. L’8 marzo serve a tenere alta l’attenzione, a ricordare che la strada verso la parità è ancora lunga e che ogni passo avanti richiede impegno, consapevolezza e azione collettiva.
Quindi, se l’8 marzo vogliamo davvero onorare questa giornata, non limitiamoci agli auguri. Informiamoci, sensibilizziamo, sosteniamo le lotte per i diritti delle donne. Perché l’8 marzo non è una festa, ma un’occasione per cambiare il mondo, partendo dai piccoli gesti e impegnandoci nelle grandi battaglie.
Il peso delle aspettative e la salute mentale delle donne
Le donne si trovano quotidianamente a dover affrontare aspettative enormi: essere sempre forti, sorridenti, efficienti, pronte a sacrificarsi, ma anche invisibili nei contesti che dovrebbero riconoscere il nostro valore, come il lavoro e la famiglia. Molte delle mie pazienti, sia nei percorsi di terapia individuale che di terapia di gruppo, raccontano di essere sistematicamente sottopagate o di vedersi gli stipendi pagati in ritardo, di non essere ascoltate o valorizzate, nonostante i risultati eccellenti. A tutto questo si aggiunge spesso la gestione di una famiglia e della casa, un carico mentale che ricade quasi sempre su di loro, senza il supporto che meriterebbero, creando un circolo vizioso di stress e frustrazione.
In molte relazioni, poi, le dinamiche di controllo e manipolazione da parte di uomini che cercano di imporre il loro dominio si riflettono in un isolamento emotivo che mina la fiducia in sé. Queste violenze psicologiche, meno visibili ma altrettanto devastanti, ci fanno sentire come se il nostro valore dipendesse da quanto riusciamo a compiacere o a soddisfare le esigenze degli altri.
Questa combinazione di aspettative sociali, difficoltà professionali e problemi relazionali crea una pressione che, spesso, sfocia in ansia, stress e depressione. Riconoscere questi pesi e accettare che non siamo sole in queste esperienze è il primo passo per iniziare a liberarsi dal ciclo di frustrazione e isolamento. Non siamo mai troppo per essere noi stesse.