Il (senso di) fallimento nella terapia di gruppo

C’è una scena ricorrente nei gruppi di terapia. Una persona racconta una sconfitta — un esame non superato, una relazione finita, un’occasione persa. E qualcunə annuisce. Non è solo empatia: è riconoscimento. Quel fallimento — grande o piccolo che sia — ha risuonato, ha trovato una casa provvisoria nelle parole dell’altrə.

Nella terapia di gruppo, accade qualcosa che nella vita quotidiana spesso manca: si può guardare la propria fragilità senza sentirsi sbagliatə. Le sconfitte, quando sono raccontate in cerchio, perdono l’etichetta di qualcosa di cui vergognarsi e diventano esperienza umana, parte di un linguaggio comune fatto di inciampi, esitazioni, pause.

La terapia di gruppo — che sia in presenza, online o in contesti outdoor immersivi e più esperienziali — è uno spazio in cui si smette di lottare contro l’immagine perfetta di sé. Ci si può mostrare stanchi, delusi, insicuri. E scoprire che non si è solə.

Il fallimento non è (solo) un fatto

C’è chi arriva portando il peso di un fallimento concreto: un licenziamento, una bocciatura, un obiettivo mancato.

E c’è chi porta un fallimento più sottile, più difficile da nominare: la sensazione persistente di non essere mai abbastanza, di non “stare al passo”, di aver deluso aspettative — proprie o altrui.
Il (senso di) fallimento non è sempre un fatto oggettivo: spesso è una costruzione, un’interpretazione, un confronto continuo con modelli esterni, ideali irraggiungibili, narrazioni di successo che non lasciano spazio all’imperfezione.

Nel gruppo, questi vissuti trovano voce. E nel trovare voce, si trasformano.
Accade che, nel riflesso dell’altrə, si apra una breccia: “Non avrei mai definito la tua storia un fallimento”; “E se anche la mia non lo fosse davvero?”

Una psicologia del fallimento

Quando nei percorsi di terapia affrontiamo il tema del fallimento, indaghiamo proprio questa dinamica: il modo in cui attribuiamo significato alle nostre cadute. Cosa consideriamo un errore? Quando sentiamo di aver perso? E perché quel “non essere riuscitə” pesa così tanto?

Siamo immersə in una cultura che esalta la performance, che celebra i risultati, che spinge verso l’alto. Ma non ci insegna cosa fare quando si cade.
Anzi, ci dice di nasconderlo, di far finta di nulla, di “riprendersi in fretta”.

Eppure, è proprio nella caduta che si rivela una parte profonda di noi: quella che sente, che dubita, che si interroga. Quella che non ha risposte pronte. Quella che prova a restare, a sentire, ad attraversare.

Quando fermarsi è un atto di forza

Nella pratica clinica, non di rado emergono storie che hanno a che fare con la rinuncia — spesso dolorosa, ma talvolta necessaria.
Fermarsi non è sempre una sconfitta. A volte è l’unico modo per non perdere se stessə.

Simone Biles, una delle atlete più forti di sempre, durante le Olimpiadi di Tokyo 2020 ha deciso di fermarsi. Ha detto no, ha ascoltato i propri limiti. Ha scelto la salute mentale, la sicurezza, la cura. E poi, è tornata.
Questa storia — nota, pubblica — è simile a molte che vengono raccontate in gruppo: decisioni intime, apparentemente piccole, ma che segnano una svolta.

Scegliere di ascoltarsi, anche quando il mondo chiede di resistere a ogni costo.
Scegliere di rallentare, anche quando tutto intorno corre.

Condividere il vuoto

Ci sono momenti, nei gruppi, in cui si fa silenzio.
Qualcuno ha raccontato una sconfitta, e le parole sembrano non bastare.
Allora si sta. Si respira. Si lascia spazio.

E in quello spazio, qualcosa accade.
Un gesto, uno sguardo, una parola.
E quel vuoto che sembrava incolmabile si riempie di presenza.

Non c’è vittoria. Non c’è soluzione.
Ma c’è un modo nuovo di stare con ciò che fa male.

Da una parte e dall’altra

Essere “dalla parte delə perdente” non significa arrendersi.
Significa, forse, scegliere di stare dove le cose sono più vere, più nude, più umane.

Nel gruppo, come nella vita, non c’è un solo modo di vincere.
A volte, la vittoria è riuscire a raccontarsi senza paura.
A volte, è trovare un senso nuovo in ciò che sembrava solo buio.

Come scrive Matteo Nucci, citando Rachel Bespaloff:

«Quando non abbiamo più nulla fuori di noi, abbiamo ancora qualcosa in noi: la nostra vita che scorre nelle lacrime.»

E forse è proprio lì — nella condivisione di quella lacrima, di quella crepa — che il fallimento smette di essere fine.
E torna a essere inizio.

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Come di consueto chiudo l'articolo invitandoti all'ascolto di una canzone. Questa volta si tratta di Volevo essere un duro di Lucio Corsi, che avevamo già condiviso nell'articolo Musica e Psicologia: il significato dei brani di Sanremo 2025 di Fedez, Lucio Corsi e Simone Cristicchi.

Lucio Corsi ribalta il concetto di “essere un duro”, trasformandolo in un atto rivoluzionario: ammettere la paura, mostrarsi per come si è. Perché essere sé stessə – anche con le proprie fragilità – è la vera forma di forza.

Volevo essere un duro
Però non sono nessuno
Cintura bianca di judo
Invece che una stella, uno starnuto
I girasoli con gli occhiali mi hanno detto
"Stai attento alla luce"
E che le lune senza buche
Sono fregature
Perché in fondo è inutile fuggire
Dalle tue paure

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fitPsy rappresenta una forma dinamica di psicoterapia che si evolve attraverso percorsi personalizzati. Integriamo percorsi di psicoterapia individuale e di gruppo, arricchiti da esperienze immersive all'aperto, come parapendio, trekking, mostre interattive e altre ancora. Sperimenta le diverse attività per un percorso terapeutico completo e coinvolgente. Il nostra approccio olistico mira a favorire la crescita personale, migliorare il benessere emotivo e promuovere relazioni più appaganti.

fitPsy per i gruppi: outdoor training e team building

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